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Che genere di Carnevale? Le maschere hanno genere.

Intervista a un'artigiana e un artigiano delle maschere

di Maddalena Tosi

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Venezia, Sestiere di Dorsoduro, tra la chiesa dei Frari e la Scoletta dei Calegheri di Campo San Tomà, c’è il ‘Casin dei Nobili Showroom’, bottega di artigiani locali che si occupa in particolare di maschere e abiti di epoca barocca. Qui, in occasione del Carnevale di Venezia 2022, intervisto due professionist* del mestiere in merito alle questioni di genere che possono essere o meno applicate alle maschere.

Vestito femminile con taglia maschile

"Si può parlare di distinzione di genere quando si tratta di maschere?"


"Non con una distinzione netta, no - risponde Anna - soprattutto per il periodo storico di cui noi ci occupiamo. Nel '700, quindi in età barocca, la moda e la vanità erano prerogative tanto femminili quanto maschili. Costumi, accessori, esagerazione erano legati ai travestimenti di donne e uomini. Travestirsi era un modo per non farsi riconoscere. Questo legato anche al genere: spesso non si voleva far capire se sotto il costume ci fosse un uomo o una donna.". "Questo avveniva ancora di più nel periodo di Carnevale - interviene Marco - c'erano luoghi, a Venezia, cui potevano accedere solo gli uomini durante l'anno, come il Casinò. A Carnevale invece, vi entravano anche le donne, nascoste in vestiti maschili. Durante questa festa tutti diventavano uguali: il ricco era come il povero, l'uomo come la donna e viceversa. Ed erano proprio le maschere a fare in modo che questa ambiguità fosse possibile, permettendo a chiunque di nascondersi, di essere chi volesse, almeno per qualche giorno."



"E oggi? Da artigiani come vi relazionate alle maschere e agli abiti? C'è differenza nel lavorare su una maschera maschile, rispetto ad una femminile?"


"No, non c'è differenza - risponde Marco - quando stiamo lavorando non sappiamo se il destinatario dell'oggetto sarà un uomo o una donna. Sono travestimenti che devono creare ambiguità. Lì, per esempio - e mi indica un abito al centro del negozio - abbiamo un vestito di foggia femminile, ma con taglia molto grande, maschile." "Ci approcciamo in ugual modo ai modelli di maschera, essi non hanno sesso. A parte qualche caso veramente specifico, come la Moretta, che veniva fatta indossare alle serve affinché non parlassero (detta anche ‘servetta muta’, era tenuta sulla faccia mordendo un bottone fra i denti incisivi), le altre non si distinguono per il genere, anzi, alcune vengono modellate proprio per essere una ‘via di mezzo’. A partire dalla Bauta, che è una maschera unisex per uso quotidiano, fino a maschere pensate proprio per il Carnevale, come il Volto Romano, o il Teschio. Durante questa festa ognuno poteva essere chi voleva, eliminando pregiudizi sociali e di genere", conclude Anna. Una lezione, penso, che oggi ancora si fa fatica ad imparare.


Foto di Maddalena Tosi: 1. Anna e il volto romano, 2. La vetrina della bottega, 3. Il teschio e altre maschere "via di mezzo".




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