SPAZI DELL'ESCLUSIONE: IL TEATRO NEL CARCERE FEMMINILE DI GIUDECCA
- Maddalena Tosi
- 28 giu 2022
- Tempo di lettura: 2 min

La Casa di reclusione femminile di Giudecca, una realtà già trattata in un precedente articolo, è uno spazio dell'esclusione, un luogo sociale liminale nella città di Venezia. Ha anch'essa però dei contatti con l'esterno: l'ambito di mio interesse è il laboratorio teatrale del carcere, e per conoscere questa realtà ho intervistato telefonicamente Michalis Traitsis, membro del coordinamento nazionale Teatro in carcere e organizzatore e responsabile del laboratorio teatrale permanente Passi Sospesi. La sua attività è cominciata nel 2006 all'interno degli istituti maschili, seguita nel 2010 da quelli femminili. Essa consiste nella realizzazione di rappresentazioni teatrali, workshop e incontri con specialisti del mondo del teatro, volti a coinvolgere non solo le detenute e i detenuti, ma anche ragazzi dei laboratori teatrali delle scuole superiori veneziane e giovani delle università di Ca' Foscari e Ferrara, in un'ottica di sensibilizzazione alla realtà carceraria e di riflessione sul rapporto reclusione - esclusione.
Per quanto riguarda il carcere di Giudecca, il progetto è rivolto a tutte le detenute, senza selezioni o restrizioni (ad eccezione delle persone soggette a provvedimenti disciplinari che non prevedono questo tipo di libertà), con una partecipazione gratuita e volontaria. Il lavoro, svolto all'interno della stessa struttura detentiva, dove è presente uno spazio apposito, si costruisce intorno alla produzione di uno spettacolo che ogni anno viene rappresentato il 25 novembre, in occasione della Giornata Internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. La rappresentazione del 2021, dal titolo “Ferite”, è stata un lavoro di poesia, prosa e musica al femminile, "proprio in questa giornata come se fosse un istante in cui il dolore delle donne possa sospendersi. Per dar spazio alla speranza e restituire bellezza". L'ultima edizione ha visto protagoniste quattro detenute, due italiane e due straniere, che hanno partecipato a incontri a cadenza settimanale durante tutto l'anno, con l'aumento di frequenza nei due mesi precedenti lo spettacolo, anche se la scorsa esperienza ha visto purtroppo un'attività più contingentata causa Covid. Nella prima fase laboratoriale, esse hanno elaborato dei propri testi, che non avrebbero fatto però parte dello spettacolo. Al contempo, infatti, hanno cominciato la lettura di una serie di opere di autrici italiane e straniere scelte dai registi, per poi scegliere un testo per ognuna di loro da portare in scena.
Traitsis ha spiegato anche come la sua volontà di portare l'attività drammatica in carcere sia una scelta pedagogica: l'esercizio laboratoriale aiuta ad esprimere parti di sé e a collaborare con persone segnate dallo stesso percorso. Permette alle detenute di avere una diversa percezione di sé, ad esempio nel vedersi apparire sui giornali non come cronaca nera, ma come notizia culturale, in una locandina dello spettacolo, favorendo la costruzione di un'identità attraverso il teatro.
Al contempo, sono le attrici in prima persona a dare una nuova forma al teatro stesso, dove la durezza della condizione detentiva permette una rappresentazione più pura e veritiera dell'animo umano, che in fondo è da sempre lo scopo della rappresentazione drammatica. Secondo le parole di Traitsis, "il teatro riabilita i detenuti. Il carcere riabilita il teatro stesso".
Maddalena Tosi
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