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"Metto a disposizione il mio privilegio vestendo i panni dell'alleata" Intervista ad Agnese Valenti

Agnese mi contatta perché le serve qualcun* che sappia l’ebraico. Ci vediamo la prima volta l’8 marzo a Venezia, voglio credere che non sia una coincidenza. Siamo in ritardo per un appuntamento, non si affanna e non mi trasmette alcun tipo di ansia, ma nemmeno si comporta come se non le importasse niente. È salda e morbida allo stesso tempo, mi trasmette fiducia. Indossa un maglione verde, lo stesso che indossa oggi quando ci vediamo per chiacchierare di lei, del suo lavoro, del femminismo e di Palestina.


Agnese Valenti lavora come avvocata per una ONG che si chiama European Legal Support Center (ELSC) e fa parte dell’Associazione Mutuo Soccorso di Milano.


L’ELSC ha sede ad Amsterdam ed è un’organizzazione nata da The Palestinian Non-Governmental Organizations Network, una rete che comprende le varie ONG palestinesi.

Lo scopo di questa ONG è quello di difendere non solo gli attivisti e la società civile palestinese, ma anche quella europea e internazionale che lotta per i diritti umani dei palestinesi.

E per farlo in ELSC Agnese si occupa di difesa legale, una delle attività essenziali dell’organizzazione. Se degli attivisti o delle organizzazioni ricevono attacchi nell’ambito del loro lavoro di attivismo, vengono difesi da loro con il supporto di avvocati esterni.


Uno spazio importante è riservato anche a campagne di advocacy per denunciare i continui attacchi che la società civile per la Palestina subisce da gruppi sionisti o dal governo israeliano.

Le ONG e gli attivisti per la Palestina sono oggetto di un vero e proprio pattern di repressione, attraverso attacchi e campagne diffamatorie provenienti da organizzazioni pro Israele, quali NGO Monitor, o di governi, proprio con la finalità di restringere il loro spazio di azione – si parla di cosiddetto shrinking space – con il fine ultimo far cessare il supporto a tali organizzazioni e far si che vengano bloccati i finanziamenti nei confronti delle stesse, così da “soffocarle”.


Infatti un’altra parte importante del lavoro di Agnese è quella che riguarda proprio il combattere lo shrinking space ovvero il restringimento dello spazio di azione della società civile da parte delle ONG sioniste, come NGO Monitor, che catalogano all’interno del loro sito le varie ONG palestinesi accusandole di affiliazione e/o finanziamento al terrorismo sulla base di informazioni prese da YouTube, Facebook, accessibili a chiunque.

Ad esempio il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) è un partito politico palestinese ed allo stess tempo è ritenuta un’organizzazione terroristica dall’Unione Europea. Se un dipendente di un’organizzazione palestinese magari condivide un post in cui si evince che è vicino al FPLP allora tutta l’organizzazione viene etichettata come terrorista.



Un'ulteriore attività di cui si occupano in ELSC è la strategic litigation (contenzioso strategico) in ambito "business&human rights”. Vengono sviluppate delle strategie legali che colpendo una situazione specifica possono portare risultati più ampi, a livello istituzionale, culturale e sociale.


Un esempio sono le strategie per far sì che le multinazionali in Europa, coinvolte in attività economiche nelle colonie Israeliane nei Territori Palestinesi occupati, non possano partecipare alle gare d’appalto in Europa: è un modo per denunciare il coinvolgimento di tali società - tendenzialmente multinazionali - in violazioni del diritto internazionale e un modo per farle desistere da tali attività.


L’occupazione e la costruzione di insediamenti nei territori occupati al fine di colonizzarli è illegale ai sensi del diritto internazionale e un crimine di guerra secondo il diritto penale internazionale. Fare business in quelle zone significa essere complice di queste violazioni. Un esempio sono quelle società che costruiscono reti di tram e bus che servono a collegare un insediamento a un altro contribuendo allo sviluppo di tali insediamenti illegali.


In ELSC cercano delle strategie per far sì che si facciano pressioni su queste società perché smettano di essere complici di violazioni.


Perché proprio la causa palestinese? Dico sempre che è da quando ho 18 anni che mi sono avvicinata a questa causa. È vero che tutte le cause dei popoli oppressi sono valide però secondo me il popolo palestinese è un grande esempio di popolo che resiste. Mi sono sempre sentita vicina a questa causa, ma adottando un approccio specifico, quello decoloniale.


Non sono certo io donna bianca a poter dire cos’è giusto per la causa dei palestinesi, ma posso ascoltare, capire cosa vogliono, cos’è importante per loro ed agire da alleata.


L’altro giorno ho partecipato a una conferenza organizzata da Giovani Palestinesi d’Italia e Giovani & Palestina. Un po’ mi sono chiesta se avessi parlato in un modo che ha urtato il loro modo di vedere, mi pongo sempre questa domanda, ma alla fine è andata bene.


Ho parlato in qualità di avvocato e ho parlato dei double standard, cioè del trattare in modi diversi situazioni simili. Un esempio sono le sanzioni immediate contro la Russia messe a confronto con le sanzioni contro Israele. Oppure si può parlare di double standard anche per quanto riguarda il boicottaggio. Se parli di boicottaggio rispetto alla Palestina vieni tacciato di antisemitismo.


Il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni BDS viene da sempre accusato di antisemitismo anche se in realtà quando sono state intraprese delle azioni legali contro il movimento o contro altre organizzazioni della società civile per la Palestina i gruppi sionisti non hanno mai vinto


Un esempio è quello di UK Lawyers for Israel (UKLFI), un’associazione di avvocati che ha accusato Defense for Children International - Palestine (DCIP) di essere affiliata al PFLP. In seguito ad un’azione legale intentata da DCIP contro UKLFI, quest’ultima è stata costretta a scusarsi pubblicamente sul loro sito ammettendo che le accuse erano infondate.


Ho parlato anche del Movement lawyering ovvero il ruolo degli avvocati nei movimenti della società civile e di come possiamo aiutare, quando possibile.


Come possono gli avvocati agire nell’ambito della tutela dei diritti umani?


Per gli avvocati è possibile agire con strumenti diversi, uno di questi è l’applicazione della giurisdizione universale (principio che permette agli stati di avere giurisdizione penale nei confronti di una persona a prescindere da dove il crimine è stato commesso e a prescindere dalla nazionalità della persona accusata o dal suo paese di residenza).

Dal punto di vista del diritto internazionale ci sono dei paesi come l’Olanda e la Germania che ne sono dotati, altri come l’italia che ne sono sprovvisti. Grazie all’applicazione della giurisdizione si possono intentare cause a livello internazionale.


Quando sono stata a Berlino per fare uno stage ho avuto modo di verificare come casi relativi alla Siria, oppure allo Yemen, al Pakistan siano tutti casi seguiti da tribunali europei grazie all'applicazione della giurisdizione internazionale.


A Berlino ho lavorato a un caso relativo all’Italia, su come il governo italiano potesse essere considerato complice dei targeted killings (omicidi mirati) che vengono compiuti con droni americani. Abbiamo una base in Sicilia, quella di Sigonella, da cui partono droni armati USA sulla base di un accordo fra il governo italiano e quello americano: il comandante italiano dà l’ok e possono partire questi attacchi.

Vengono compiuti targeted killings soprattutto in Nord Africa e inevitabilmente vengono uccisi anche civili. L’Italia, autorizzando gli attacchi con i droni, è complice di queste violazioni.


Ho lavorato poi sei mesi all’ International Criminal Court, ICC. Avevo grandi aspettative ma sono rimasta un po’ delusa. Lavori per la difesa per i diritti umani, dovresti avere passione per fare questo lavoro e invece ho trovato parecchie persone che ne erano sprovviste.


La Corte poi ha un funzionamento limitato, un po’ secondo me per mantenere gli equilibri, è infatti finanziata dagli stati membri e deve prestare attenzione a come si muove perché uno stato potrebbe minacciare di bloccare i finanziamenti.


La Corte è stata accusata di African Bias. Per un sacco di anni infatti la Corte ha seguito casi di conflitti interni in Africa, io ad esempio seguivo il caso dell’Uganda, mentre i conflitti internazionali rimanevano sempre in fase preliminare perché erano coinvolti attori internazionali, USA, UK, Iraq, Afghanistan.


E per quanto riguarda il femminismo?


Faccio parte del centro sociale Lambretta a Milano. Esiste da 10 anni, il 23 aprile saranno esattamente 10 anni, faranno una super festa.

Dentro il Lambretta ci sono diverse realtà come il Gaza FREEstyle, nato nel 2014. Con la pandemia è nata anche l’associazione Mutuo Soccorso Milano. Mutuo Soccorso è stato creato con finalità mutualistiche non di assistenzialismo e infatti abbiamo creato dei veri e propri rapporti con le persone, facciamo tanti progetti insieme, per sabato prossimo i compagni stanno organizzando una festa di quartiere, lo spirito è di condivisione, tutti faranno qualcosa.


Mutuo Soccorso è l’associazione che include la Brigata Lena Modotti e Drago Verde. Drago Verde si occupa del sostegno ai senza tetto. La Brigata Lena Modotti, il cui nome è in onore della partigiana Lena D’Ambrosio e di Tina Modotti, è una brigata di solidarietà: da due anni abbiamo iniziato a portare pacchi alimentari alle case popolari della zona 2-3 di Milano e a costruire progetti con gli adulti e bambini delle case popolari.


Il Gaza FREEstyle è il primo progetto internazionalista del Lambretta nato nel 2014. Ogni anno c’è questa carovana che parte per Gaza. L’iniziativa è nata con il concetto di free style, portando a Gaza lo skate, il calcio, lo sport.

Il senso è quello di mettere a disposizione le discipline di strada come forma di espressione e libertà per avvicinarsi alla popolazione. Sono state costruite delle rampe da skateboard e anche uno skate park il Green Hopes-Gaza che verrà inaugurato quando andremo là.



@GazaFREEstyle

Quest’anno a Gaza stiamo organizzando questo grande forum femminile e femminista che avrà durata di tre giorni. Le donne con cui abbiamo contatti sono entusiaste all’idea del forum e si stanno organizzando. Saranno tre giorni in cui si parlerà di quello che vogliono loro, noi porteremo anche il nostro contributo, ma al centro ci saranno loro. Tre giorni di incontri, workshop e quant’altro aperti a tutti.



Un progetto su cui vogliamo iniziare a lavorare è la costruzione di una Casa delle Donne. È uno spazio che ci hanno chiesto le donne di Gaza. L’idea viene dal Gaza FREE style, le ragazze fanno skate, ma vivono anche la doppia oppressione di Israele e Hamas. Hanno chiesto dunque uno spazio per loro, una rampa da skate dove possano skateare senza problemi, un luogo sicuro dove si possano allenare al chiuso. Saranno loro a dirci cosa vogliono, sarà scelta e discussione loro cosa sarà la Casa delle Donne.



@GazaFREEstyle

Dici Casa delle Donne, in che senso viene intesa la parola “donna”?


A Gaza o comunque nel regime di Hamas è complesso. La Casa delle Donne se dovesse nascere, sarebbe un luogo sicuro dove potersi esprimere liberamente, una scatola che però non decideremmo noi di cosa riempire.


Le persone trans che vorrebbero intraprendere il percorso di transizione non possono farlo, non c’è questa possibilità a Gaza. L’unico luogo in cui possono vestirsi e comportarsi come vogliono sono i saloon di bellezza. Assomigliano molto ai nostri sexy shop, le vetrine sono oscurate non si vede nulla, dentro è territorio franco. La prima volta che siamo entrate in un saloon abbiamo trovato donne in canottiera, con i capelli al vento.


La proprietaria di una delle catene ci ha detto che molte persone trans lavorano lì perché fuori da quello spazio probabilmente verrebbero ammazzate.

Il governo di Gaza sa che queste persone sono protette, non c’è nessun tipo di intervento o persecuzione finché rimangono nei saloon.


Il tema è molto delicato e sicuramente il forum potrà essere usato per capire in che misura anche le donne trans potranno accedere alla Casa delle Donne, ma noi non decidiamo chi entra e chi rimane fuori, se ne discuterà al forum con tutti quelli che parteciperanno.


Anche per quanto riguarda l’organizzazione del forum non siamo noi a decidere. Le compagne infatti ci hanno fatto presente che avrebbero voluto che all’inizio e alla fine delle giornate partecipassero anche i loro compagni, mentre noi ci eravamo immaginate un evento solo al femminile.


La Casa delle Donne così come il forum sarà un tentativo di costruzione collettiva di uno spazio nuovo e le donne di Gaza decideranno come riempirlo e che forma dargli.


Le priorità però sono soprattutto altre. La questione della violenza domestica è aumentata dopo il Covid.

Sto collaborando a un progetto riguardante la violazione del diritto alla salute delle donne anche in quanto madri. Il progetto riguarda come la chiusura della Striscia impatti sulla salute della popolazione della Striscia con un focus sulle donne con il cancro al seno e sui minori che dovrebbero essere accompagnati fuori dalla Striscia per ricevere cure mediche.

Per uscire da Gaza infatti serve un permesso che spesso viene negato. Fino a 2-3 anni i bambini possono essere accompagnati, dai 4 anni in poi dovrebbero andare da soli, ma è chiaramente infattibile che un bambino di 4 anni esca da Gaza e vada in ospedale da solo.


Dunque se viene negato il permesso alla madre è negato anche al bambino. Viene negato il diritto alla salute del bambino e anche il diritto della madre in quanto madre.


Un aspetto bello del Gaza FREEstyle è che prima di partire facciamo delle auto formazioni di diverso tipo. Ricordo di un gioco che avevamo fatto, il gioco del privilegio.


Che gioco è?


Ci si mette in fila o in cerchio. Si fanno delle domande e si deve fare un passo avanti o indietro in base alla risposta. Ti sei mai sentito in pericolo camminando per strada di notte? No, allora un passo avanti. Sì, un passo indietro. In caso di difficoltà economiche i tuoi genitori ti potrebbero aiutare? E così via. Alla fine è assurdo rendersi conto che persone con cui ho a che fare ogni giorno si trovino a distanza di molti passi da me. Io mi sono trovata sempre avanti.


Mi fa arrabbiare che molte persone non riconoscano il proprio privilegio. Io sono un privilegiata certo, ma cerco di mettere il mio privilegio a disposizione, vestendo i panni dell’alleata e non dell’oppressore.


È questa la vena femminista nel tuo lavoro?

In tutto quello che faccio metto il mio privilegio a disposizione degli altri o lo sfrutto in modo tale da far sì che prima o poi il privilegio non esista più.

Una persona può anche essere un attivista, ma non ammettere di avere un privilegio. È fondamentale riconoscerlo e soprattutto metterlo a disposizione per distruggerlo.



 
 
 

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