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Celeste: plasmare corpi di donna. Dialogo con l'artista.

Celeste Magnolini frequenta il secondo anno del corso di scultura all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Venerdì 24 giugno ha esposto l’opera Abbandono all’onirico al padiglione 29 di Forte Marghera in occasione della mostra collettiva “Artefici del nostro tempo”, un progetto proposto dal Comune di Venezia. Il bando si rivolgeva espressamente ad artist* emergenti, allo scopo di promuovere le nuove tendenze del settore e di dar loro la possibilità di interpretare il tema proposto per il 2022 da Biennale d’Arte, “The milk of dreams”. Celeste è arrivata seconda nella categoria Poesia visiva.

Il percorso per arrivare a questo primo traguardo per lei non è stato semplice e neppure breve. Le ho chiesto di raccontarmelo qualche sera fa, davanti a una birra.


Celeste: Ho sempre avuto la tendenza a voler creare, ma non sapevo fare niente; non sapevo nemmeno disegnare perché ho fatto il liceo psico-pedagogico. Per cui la prima cosa che ho iniziato a fare è stato ritagliare giornali e riviste e creare dei collage, anche enormi. Dopo un po’ mia madre mi diceva “guarda che io le butto via ste cose!” da quante ce n’erano.

A un certo punto, dopo aver avuto un brutto incidente, sono partita dal mio paese. Ho deciso che forse era arrivato il momento di iniziare ad avere una vita normale. Avere il mio posto a tempo indeterminato, mettere via soldi, trovare una casa. Solita vita. Allora sono andata, sono partita e quando mi sono trovata a Firenze mi sono chiesta cosa volevo fare. Ho iniziato a guardare dei corsi e ne ho trovato uno sulla lavorazione del vetro. Mi son detta: sarebbe figo saper fare vetrate. Allora ho iniziato a pagare gli artigiani per imparare. Facevo la cameriera la sera per pagare artigiani che di giorno mi insegnassero come lavorare il vetro. Così ho scoperto che la materia vetro mi piaceva parecchio, e mi sono trasferita qui a Venezia. Poi a Murano mi sono scontrata con una cultura molto chiusa. Non volevano insegnarmi. Allora tornata a Venezia ho pagato un artista che lavorava a lume per apprendere un’altra tecnica. Di nuovo lavoravo come cameriera la sera e di giorno in bottega dall’artigiano. Tutto questo dai 22 ai 26 anni. A quel punto ho pensato che non potevo più continuare così, non era la via giusta, non potevo continuare a pagare per potermi esprimere. In più, ormai se non hai una laurea sei considerata quasi un’analfabeta, nessuno ti prende sul serio, quindi quando ha sentito di appartenere definitivamente al mondo dell’arte ho deciso di iscrivermi all’Accademia. E così ho fatto. Ho scelto Venezia perché ero convinta, stupidamente, che ci sarebbe stato molto spazio dedicato alla lavorazione del vetro; poi ho scoperto che non era così.


Z: E come mai hai poi scelto scultura?


Celeste: Perché era l’unico modo, secondo me, per imparare determinate tecniche. Per esempio, le varie fasi di lavorazione del gesso, come trasformare una cosa in argilla in forma a perdere, come costruire una struttura in ferro, come manovrarlo. Sono cose per cui è necessario che qualcuno ti insegni.


Z: Cosa c’è dentro le tue opere Celeste?


Celeste: Cosa c’è dentro? Ci sono io!

Quando mi chiedono cosa c’è dietro la mia ricerca io non so mai cosa dire… è veramente una cosa così personale. Quando decido di fare una scultura come prima cosa scelgo la musica. In base a cosa scelgo anche l’opera sarà diversa. La musica mi influenza. E poi è come un flusso. È come quando balli in discoteca in mezzo a tutte le altre persone, è come quando ti incanti ad un concerto o davanti ad un’opera d’arte. Non so come spiegare. È proprio un flusso. Butti fuori.


Z: E ti riconosci in quello che butti fuori?


Celeste: a volte sì e altre no, ma è anche quella la cosa bella. Spesso in Accademia ci chiedono di fare un progetto e di seguirlo. Io non riesco quasi mai a fare questa cosa. Ci sono troppe varianti che vanno ad incidere sulla cosa e tante volte mi rendo conto che non riuscirò mai ad arrivare a quello che mi ero prefissata. E se prima in qualche modo cercavo di oppormi, nelle ultime opere ho deciso di fregarmene. La cosa più difficile è darsi un limite. Dire basta. Smettere di lavorare su un opera. Ed è difficile.


Z: Tornando a quello che c’è dentro le tue opere, adesso ti dovrai confrontare con un pubblico ampio, ti troverai a dover “spiegare” le tue opere. Cosa dirai?


Celeste: Va bene, allora andiamo alla finalità di quello che faccio. Quella l’ho analizzata. Tutto è, alla fine, una mia grande masturbazione necessaria (l’ho rubata a Pierangelo Bertoli “le mie canzoni voglio raccontarle a chi sa masturbarsi per il gusto”), io lo faccio così perché devo, ne ho bisogno. La mia finalità però è il fruitore, non è semplicemente godimento personale, io non potrei mai godermi le mie opere. Poi quasi tutte sono tormento e sofferenza, quindi sarebbe impossibile. Io mi considero una persona che è stata salvata dall’arte, da certi libri, da certe opere, da certa musica. Quindi ho la speranza che in un qualche modo una parte di quello che faccio possa fare bene ad altri. Ad un certo punto cerchi un senso in quello che fai e io credo che per me sia questo. Io spero che qualche donna si riveda in quello che faccio e magari trovi delle risposte.


Z: Come sei arrivata ad esporre a Forte Marghera?


Celeste: Ho iniziato a provare tutti i bandi che trovavo. Nel mondo dell’arte o ti sai vendere bene, o è difficile affermarsi. Bisogna far parlare di sé e io non so promuovermi, allora ho iniziato con i bandi. Dopo sei bandi ce l’ho fatta. È difficile perché è stato come prendersi picche da 6 persone di cui sei innamorata. Io sono innamorata di quello che faccio.


Z: Sembra difficile fare arte mettendoci sentimento


Celeste: Tutto è difficile quando ci metti sentimento. Siamo un mondo che sta deviando sulla ragione, trascurando il sentimento.


Z: Tu rappresenti molto spesso corpi di donne. Corpi tormentati come dici sempre. Scegli un’opera e parlamene. Anche se so che non ti piace raccontarle.


Celeste: No, non mi piace. Infatti odiavo, per esempio, quando a scuola c’era l’analisi delle poesia. Non vanno spiegate le poesie! Sennò che cosa si fa poesia a fare! Finisci per dare un unico binario. Le poesie nascono ambigue, come i miti, come qualsiasi cosa umana. Noi ormai siamo troppo legati al principio aristotelico di non contraddizione. E per le mie opere è lo stesso. Però posso dirti cosa sta dietro ad una delle ultime opere che ho realizzato. L’ho chiamata Burn out. Per farla, prima l’ho alcolizzata e poi l’ho incendiata. Ho usato il vino rosso. E quindi quando la guardi c’è una metà integra, ma la maggior parte è carbonizzata, bucata. Mentre la realizzavo pensavo a Recalcati, ad un discorso che fece sulle parole e sul fatto che noi pensiamo spesso che non siano importanti, ma lo sono tantissimo. Le parole che noi rivolgiamo agli altri possono fare veramente male, possono bucare come una mitragliatrice. Allora ho iniziato a scavarla per quello. Basta pensare a certe parole che ci hanno detto da bambini o da adolescenti. Poi ho riflettuto anche su quanto oggi siamo tutti tesi, pronti a scoppiare al minimo tocco, ad accanirci sugli altri. Se dessimo il giusto peso alle cose forse non staremmo sempre tutti con la difesa alta e capiremmo che peso hanno le nostre reazioni e le nostre parole di conseguenza.


Burn out

Z: Vuoi parlarmi un po’ anche dell’opera che sarà esposta a Marghera?


Celeste: In questo caso è stato un procedimento molto razionale. L’onirico è quello che io cerco sempre nelle mie opere. Tento di staccarmi dal reale che mi fa stare male; quindi ho pensato che questo bando fosse perfetto. Non c’era la categoria scultura. C’era invece quella di Poesia visuale e siccome io mi cimento anche a vomitare poesie ci ho provato. Quindi prima ho scritto la poesia, poi ho scelto il cerchio che regge la struttura, che rappresenta un po’ una luna e un po’ tutti noi. A quel punto mi sono chiesta come inserire la poesia all’interno e ho pensato al vetro perché dava un’idea di trasparenza ma potevo comunque scriverci sopra. Infine la rete. Mi piace tantissimo che le reti ti diano la sensazione di una visione sfuocata, che ti permettano di giocare un po’ anche con l’illusione ottica, ma mi piace anche il fatto che non creino dei muri, che lascino degli spiragli e che allo stesso tempo possano comunque chiudere lo spazio. Ecco.


Il percorso e la storia di Celeste sono irrimediabilmente soggettivi, ma credo che abbiano degli elementi in comune con tante altre esperienze di giovani artist*. Sul blog avevamo trattato questo tema anche in precedenza, così ho pensato che l’inaugurazione della mostra alla quale parteciperà Celeste con Abbandono all’onirico potesse essere un modo per rendere omaggio a tutte le ragazze che provano a portare avanti la loro passione, dividendosi fra turni interminabili in ristoranti e bar e ciò che amano. Se avete tempo, passate a Forte Marghera e se doveste incontrare Celeste –capelli ramati, niente trucco, risata contagiosa, schiettezza disarmante– chiedetele del suo lavoro e delle “sue donne tormentate”. Quando li/le si ascolta, i/le giovani artist* hanno tanto da dire.



Abbandono all'onirico


 
 
 

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